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Burn-out: cos'è la nuova sindrome riconosciuta dall'OMS?

 

Provate a prendere un fiammifero e sfregatelo su una superficie ruvida; ora posatelo su un posacenere e poi aspettate. Ecco la descrizione del burn out potrebbe finire qui.

Solitamente quando iniziamo una nuova attività lavorativa siamo entusiasmati, elettrizzati e pieni di energie, tanto da riuscire a sostenere straordinari, orari non sempre “umani” e i compiti più disparati. Probabilmente lo facciamo un po’ per garantirci il posto di lavoro  e per fare bella impressione sul titolare o sul nostro capo e un po’ perché, presi dalla sfida iniziale, siamo semplicemente presi dall’entusiasmo che altera la nostra percezione della fatica.

Col tempo però le cose possono cambiare e le energie possono esaurirsi fino ad arrivare, in alcuni casi, a quello che viene chiamato Burn out; ma cosa si intende con questo termine?

Descritto per la prima volta da Herbert Freudenberger nel 1974, con burn out ci si riferisce ad un disagio psicologico che nasce in relazione all’ambiente di lavoro.

L’altro giorno, parlando con un mio amico della notizia dell’inserimento da parte dell’OMS di questo disagio nel prossimo elenco delle malettie dell’OMS, l’ICD-11 (uscirà nel 2022), questi mi ha detto: “quante storie, quasi nessuno è soddisfatto del proprio lavoro e se proprio non ti va bene il lavoro che fai, cambialo punto e basta”.

Beh attenzione qui non si sta parlando di un’insoddisfazione per il proprio lavoro ma di un vero e proprio malessere che, in quanto tale, richiede di essere per prima cosa compreso. Limitandoci ad un’impressione superficiale, questa può sembrare una sindrome meno grave di altre più famose e “blasonate” ma che, in realtà, non va assolutamente sottovalutata sia perché dietro può celare situazioni problematiche che trovano questo canale per esprimersi sia per le conseguenze che questo malessere può avere sulla vita della persona. Spesso chi soffre di questa sindrome vive un malessere che riguarda i vari aspetti della persona (emotivo, comportamentale e fisico) e che può portare anche a sviluppare sindromi come depressione, ansia o dipendenza da sostanze.

Che fare? Beh detto da me può sembrare stupido e/o ridondante ma credo che la cosa migliore sia cercare un aiuto per comprendere cosa ci stia portando a provare quel vissuto di malessere. Prima di tutto bisogna dunque considerare che, non comparendo in tutte le persone che lavorano nello stesso posto, significa che questo disagio ha a che vedere con aspetti che riguardano in maniera specifica la persona. Questo ci porta necessariamente ad uscire dalle classificazioni diagnostiche e concentrarci “sulla persona” e interrogarci su elementi che hanno a che vedere, ad esempio, con la considerazione che questa ha del lavoro e cosa rappresenti per lui e con alcuni aspetti personali che riguardano la storia o la fase di vita che sta vivendo.

Insomma, non credo sia utile sottovalutare questa sindrome perché se un fiammifero che brucia in un posacenere non rappresenta un problema, chiediamoci cosa succederebbe se questo si trovasse su una pila di fogli di carta, messi su un tavolino di legno.

 

 

Dr. Daniele Regini

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