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La morte di Noa e il vissuto di impotenza

 

 Il 2 giugno 2019 è stata diffusa la notizia della morte di Noa, la ragazza olandese che a 17 anni ha scelto di lasciarsi morire. Sui giornali si discute di eutanasia ma in realtà Noa sembra aver deciso di suicidarsi, in un modo atroce, lasciandosi morire di fame e sete nel salotto della casa dei genitori, dove viveva in un letto di ospedale. In casi come questo credo sempre si debba avere il massimo rispetto delle persone coinvolte e prestare grande attenzione a ciò che si dice, dal momenteo che le notizie sono per lo più frammentarie, confuse e spesso contraddittorie. Basta pensare alla confusione che è stata fatta sul termine eutanasia. Leggendo i vari articoli mi vengono alla mente svariate domande che partono tutte da un dato: la modalità che Noa ha scelto per suicidarsi. Sono convinto che quando le persone giungono a questa decisione così drastica non scelgono "il modo" in maniera causale. Ogni nostro comportamento ha un significato e un senso e anche un gesto così estremo credo lo abbia. Mi chiedo cosa volesse comunicare Noa lasciandosi morire nel salotto della casa dei genitori e cosa significherà per loro avere per sempre quell’immagine davanti ai loro occhi. Noa avrebbe potuto porre fine alla propria vita in molti modi diversi, perché farlo proprio lì e in quel modo? Sicuramente siamo di fronte ad una storia carica di dolore e di sofferenza che mi fa sentire pienamente il senso di impotenza che spesso si prova nel mio lavoro. Sono uno strenuo sostenitore della teoria che il “merito” di un successo terapeutico non sia dello psicologo/psicoterapeuta ma del “paziente” che è riuscito a mettersi in gioco, affrontando le proprie zone di ombra e accettando la sfida di un cambiamento che spesso spaventa. Quindi se non c’è merito, non c’è neanche demerito. Uno degli aspetti più difficili del mio lavoro però è proporio quello di “accettare” le scelte delle persone con cui ci relazioniamo anche quando queste ci sembrino evidentemente “sbagliate”. In realtà credo anche che non ci siano scelte sbagliate ma solo le scelte che una persona sente di voler fare in quel determinato momento della propria vita. Ma se questo è facile sostenerlo a livello generale è difficoltoso farlo con scelte così drastiche e definitive. In questi casi spesso è impossibile accettare e comprendere come una persona possa decidere di mettere fine alla propria vita, ma nel farlo ritengo serva sempre il massimo rispetto. Nessuno sa cosa abbia provato Noa nel corso della sua vita e quanto questa sofferenza potesse averle già portato via la vita a cui lei ha posto fine a livello organico. Penso che a noi rimangono solamente i dubbi sul “significato” del gesto e la volontà di capire come si possa aiutare in maniera sempre migliore le persone che subiscono traumi così profondi. Negli anni ho appreso che l'aspetto più importante nel mio lavoro, insieme alla relazione tra paziente e terapeuta, sono le domande, e non le risposte. Le persone possono trovare le risposte che cercano anche giorni, settimane, mesi, a volte anni dopo che gli abbiamo posto il quesito giusto ed è a questo che si ricollega l’impotenza di cui parlavo prima: il dover accettare che, a volte, molte domande una risposta potranno non averla mai.

 

Dr. Daniele Regini 

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