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  • VIVIANA MORELLI Psicologa-Psicoterapeuta analitico esistenziale ad approccio integrato, esperta nella mediazione corporea e nell' Ipnosi Ericksoniana.

  • ANGELA GIUDICE Psicologa-Psicoterapeuta analitico esistenziale ad approccio integrato, esperta nella terapia di coppia.

  • PIETRO POSSANZINI Psicologo-Psicoterapeuta analitico ad approccio bioenergetico.

  • BARBARA CECCHINI Psicologa Psicoterapeuta approccio teorico integrato, con focalizzazione in Analisi Transazionale.

  • RITA MESSA Psicologa che ha conseguito la laurea in Psicologia con perfezionamento al Counseling Cognitivo-Comportamentale.

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C.P.A Centro Psicologia Applicata

Il CPA è lieto di presentare:

Silvia Macciò è laureata in Psicologia Clinica all'università LUMSA di Roma. Dopo la laurea ha approfondito le sue competenze con il Corso di Alta Formazione in Psicodiagnostica presso il CSR di Roma e nell'ambito dei disturbi dell'apprendimento con un master dedicato presso la LUMSA. Ha conseguito la specializzazione in psicoterapia ad orientamento psicoanalitico integrato presso l'ITRI di Roma.

Ha iniziato la professione lavorando con bambini e ragazzi con disturbi dell'apprendimento e dell'attenzione, sia nell'ambito diagnostico che come tutor per lo sviluppo di un metodo di studio cucito su misura sulle vulnerabilità e risorse individuali. Ha accompagnando inoltre le famiglie nei rapporti con la scuola e nella gestione quotidiana delle difficoltà dei loro figli. In seguito alla specializzazione in psicoterapia, ha iniziato il suo lavoro nella clinica con individui, coppie e famiglie nelle diverse fasi di vita.

Attualmente lavora come terapeuta presso il CPA di Albano, dove si occupa inoltre di diagnosi di disturbi dell'apprendimento e ADHD rivolta a bambini, adolescenti e adulti.

Il lavoro psicologico

Vivo il mio lavoro di terapeuta con grande passione e curiosità e vedo nella relazione con l'altro la possibilità di ricostruire, attraverso la parola, le tracce familiari e individuali che lo rendono tale, con le sue fatiche, e le sue risorse.

Sono convinta che ognuno di noi porti con se uno zaino che in alcuni momenti della vita può diventare più o meno pesante.

Questo zaino, riempito dalle tanti parti di noi e della nostra storia, può essere alleggerito e riorganizzato durante il lavoro psicologico, elaborando ciò che dolorosamente ci appesantisce e liberando finalmente il nostro vero Io.

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Il CPA è lieto di presentare:

Dr.ssa Sacchetti Lucia Psichiatra, che da qualche tempo collabora con lo studio.

Formazione accademica e professionale presso l’Università “Tor Vergata” di Roma, specializzata in Psichiatria e Psicoterapia. Pratica attività libero professionale occupandosi di Salute Mentale, con particolare attenzione verso i Disturbi dell’Umore e dell’Affettività, i Disturbi di genere, i Disturbi Psicotici, i Disturbi di Personalità, i Disturbi legati a Traumi, i disturbi Ossessivo-Compulsivi, i Disturbi del Neurosviluppo in età adulta.

Caratteristica della professionalità della dr.ssa Sacchetti è la disponibilità e l'ascolto e inoltre sostiene l'importanza in casi selezionati di un approccio combinato tra psicofarmacologia e psicoterapia.

Per informazioni e appuntamenti potete contattare la segreteria del Centro al 069325000 o via mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Sarah Visca è...

...laureata in Psicologia dello Sviluppo, dell'Educazione e del Benessere presso l'università La Sapienza di Roma dal 2013, iscritta all' ordine del Lazio con il n. 22357. Successivamente formata all'Istituto Beck con il Master "Guarire il Trauma, Valutazione, Relazione Terapeutica e Trattamento del Trauma Semplice e Complesso".

Esperienza...

...dopo gli studi ha collaborato con una comunità terapeutico-riabilitativa (Il Chicco) rivolta a pazienti adulti con disabilità intellettiva.
Attualmente svolge, l' attività di libero professionista presso il CPA di Albano Laziale, dove conduce consulenze psicologiche con l'obiettivo di fornire alla persona un sostegno concreto e aiutarla a riconoscere le proprie risorse personali e ad utilizzarle per affrontare le difficoltà che sta vivendo. In particolare si occupa del trattamento e dell'intervento nei Disturbi dell' Apprendimento, ADHD e DOP. Segue il bambino/ragazzo che presenta il disturbo, la famiglia e gli insegnanti organizzando:
-interventi mirati al potenziamento e riabilitazione neuropsicologica per allenare la specifica abilità risultata deficitaria o fragile, scegliendo materiali carta-matita o software per l'intervento nei DSA;
-colloqui di sostegno psicologico per comprendere i rapporti tra i disturbi dell' apprendimento, ADHD e DOP e i problemi comportamentali e/o di autostima che frequentemente emergono;
-incontri di informazione alla famiglia in merito al disturbo riscontrato, agli interventi riabilitativi ed agli strumenti compensativi e dispensativi;
-incontri con gli insegnanti e la famiglia per la stesura del PDP ( Piano Didattico Personalizzato).

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Adolescenza e Covid

Cosa possiamo fare per contrastare il malessere provato da così tanti adolescenti in questo periodo?

In questi ultimi giorni stanno purtroppo emergendo una serie di dati preoccupanti che sembrano suggerire come, quanto accaduto nell'ultimo anno abbia causato nei più giovani una profonda sofferenza.

I vari articoli che si trovano in rete, evidenziano come tra gli adolescenti siano in aumento i casi di autolesionismo, depressione e disturbi alimentari, sottolineando come la causa di tutto ciò sia da attribuire proprio all'isolamento dovuto alla pandemia globale.

Probabilmente niente di più vero.

Dal mio punto di vista sento però forte il timore che ci si riduca ad un'analisi sterile e superficiale del problema, con il rischio di una strumentalizzazione che non aiuti a trovare strategie per affrontare e risolvere la situazione.

Per prima cosa credo sia essenziale riflettere sul perché tutto ciò stia accadendo.

Nelle scorse settimane gli studenti sono scesi in piazza per protestare per tornare a scuola. Se in un primo momento, dando voce all'adolescente che c'è in me, mi sono detto "questi sono pazzi, avessi avuto io la possibilità di non andare a scuola per un anno", poi mi sono chiesto: "perché ci tengono così tanto?".

Per comprenderlo, dobbiamo cercare di tornare indietro a quando eravamo adolescenti e cercare di ricordarci prima di tutto che cosa rappresentavano per noi gli amici.

Detta in parole povere potremmo pensare al gruppo di amici come ad una camera di decompressione o, come spesso viene detto nei libri di psicologia, ad una famiglia sostitutiva.

Quando si è adolescenti si iniziano a provare una serie di emozioni contrastanti nei confronti di sé stessi e della propria famiglia di origine, che nascono dai cambiamenti che avvengono in quel periodo. Il corpo e i genitori, da elementi di cui si è sicuri e a cui riteniamo di poterci ciecamente affidare, si trasformano, realmente o nella nostra percezione, rischiando di diventare quasi dei nemici. Ecco che allora il gruppo dei pari diviene un qualcosa di "sostitutivo" a cui poterci aggrappare e che inizia ad acquistare una grandissima importanza, proprio perché ci trasmette quelle sensazioni di accettazione e comprensione che spesso non sentiamo di provare né da parte di noi stessi né all'interno della nostra famiglia.

E la scuola ha una funzione essenziale in tal senso.

Perché per prima cosa favorisce un contatto quotidiano e continuativo proprio con quel gruppo di pari così importante.

Soprattutto in adolescenza, la scuola svolge infatti funzioni molto più ampie di quella formativa. È il luogo in cui sperimentarsi nella socialità, in cui poter affermare sé stessi oltre a scandire i tempi della giornata.

A tutto ciò bisogna aggiungere come gli insegnanti e gli sportelli di ascolto, presenti praticamente in ogni scuola, forniscono uno screening iniziale che consente di poter intervenire nelle situazioni di disagio nella loro fase iniziale.

Se infatti quelle emozioni a cui accennavamo prima sono del tutto normali, i problemi si acuiscono in quelle situazioni familiari complicate che possono esporre i ragazzi a tensioni, violenza o abusi di vario tipo, o nel caso di una psicopatologia.

Non avere la scuola può quindi significare correre il rischio di vivere in un "tempo sospeso e senza confini", non avere la possibilità di quel confronto/scontro con i pari che aiuta a scaricare le tensioni emotive tipiche dell'adolescenza (specie perché nell'ultimo anno è venuta meno la possibilità di fare sport, altro canale essenziale per gestire le emozioni) e non avere la possibilità di usufruire di uno spazio in cui affermare sé stessi con il conseguente rischio di ricercare questo aspetto sui social.

Proprio i social network sono d'altronde il rovescio della medaglia e l'altro elemento che spesso viene "accusato" per spiegare il malessere degli adolescenti.

Per fortuna o sfortuna, oggi quasi tutto ciò che non possiamo soddisfare concretamente lo possiamo ottenere virtualmente.

Ecco che quindi i rapporti, le gratificazioni, gli scontri e i confronti avvengono tutti in maniera virtuale con tutto ciò che ne consegue. Giusto per citare un paio di aspetti che aiutano a comprendere ancora meglio il perché di quei dati allarmanti, possiamo riflettere su come su internet le litigate si trasformano in atti di cyber bullismo e le proprie fragilità nell'aspetto esteriore trovano un confronto con modelli irraggiungibili di perfezione.

Il non aver avuto accesso a questi contenitori di vissuti emotivi ed essere stati costretti a sperimentare quindi le varie emozioni da soli e in maniera amplificata, credo possa spiegare il perché di questo malessere.

Ma per tornare alla questione iniziale: cosa possiamo fare?

Una volta analizzato e compreso un problema, diviene essenziale attivarci per affrontarlo.

Se infatti è naturalmente diverso l'aiuto e il sostegno che si può ricevere da un professionista, ognuno di noi può dare comunque il proprio contributo per aiutare chi vive una situazione di disagio.

Credo che l'elemento da cui ogni genitore dovrebbe partire sia quello di un interesse autentico per l'adolescente e il suo mondo.

Quando parlo di interesse autentico mi riferisco al fatto che spesso i genitori con cui parlo sono comprensibilmente preoccupati per ciò che i figli stanno provando e rischiano di ricercare un contatto nel cercare di risolvere i loro problemi.

Purtroppo ciò non è possibile.

Sono convinto che ciò che spesso serve ad un adolescente non sia un genitore che risolva i suoi problemi ma un genitore che gli stia vicino, facendogli sentire che c'è un appoggio incondizionato, mentre lui cerca di affrontare e risolvere ciò che gli accade nella vita.

Naturalmente ogni caso è a sé stante e va valutato in maniera specifica, però partire da questo interesse può favorire un contatto che consenta di uscire proprio da quell'isolamento che, come dicevamo prima, ha un ruolo centrale nel malessere vissuto.

E questa vicinanza non è detto che debba avvenire esclusivamente concentrandosi sul "problema", anzi è controproducente; è opportuno che avvenga tramite quei canali che spesso l'adolescente usa con i propri amici.

La musica, i videogiochi, lo sport o gli youtuber da "nemici" contro cui scagliarsi possono quindi diventare dei canali attraversò i quali riscoprire e alimentare una relazione.

Partendo da questo elemento e da una ritrovata vicinanza ci si può iniziare a sentire meno "sbagliati" e iniziare a sentire quel sostegno che diviene essenziale per non arrendersi e chiudersi in un mondo fatto solo di ansie, paure e depressione.

Penso che questo sia una funzione che non possa essere assolta da nessun professionista ma che è necessario che ciascun genitore svolga per dare la forza ai figli di affrontare i propri demoni, piccoli o grandi che siano.

 

Dr. Daniele Regini 

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L’importanza dei piccoli appigli

 

Avete presente quando sui vostri occhiali, non importa se da sole o da vista, c'è una piccola macchia?

Beh quella macchia influenza il vostro modo di vedere. Lo distorce, rende tutto più faticoso, a volte può portare a tremendi mal di testa.

Oggi uscendo e indossando la mascherina, mi sono reso conto che, per quanto cercassi di metterla bene, ne vedevo sempre un pezzetto con la coda dell'occhio.

E allora ho pensato che la mascherina sembra proprio quella puntina di sporcizia che sempre più ci sta portando a vedere il mondo in un modo diverso da quello a cui eravamo abituati.

Se ripenso alla mia vita, mi rendo conto che, per quanto ci potessero essere momenti difficili, imprevisti o duri da superare, sentivo che questi riguardavano me.

Quando vivevo uno di quei momenti, mi bastava pensare un po' al fatto che sì la mia vita poteva avere delle fluttuazioni ma c'erano delle certezze che non cambiavano.

Qualsiasi cosa mi succedeva il mondo sarebbe continuato ad andare come sempre.

E se da una parte poteva sembrare atroce, dall'altra era rassicurante, perché prevedibile.

Quelle certezze erano le sporgenze sulla roccia a cui mi aggrappavo per non cadere.

Oggi, spesso abbiamo la sensazione che non sia più così.

Quelle certezze, anche banali, le stiamo perdendo. Il fine settimana in cui ti vedi con gli amici e ti distrai. Le vacanze estive che ti possono ridare un po' di fiato. L' abbraccio di un caro in cui ti abbandoni e che ti rilassa.

Tutto andato, per ora.

Se ti guardi intorno, su quella parete a cui stai aggrappato sembra tutto totalmente liscio.

Nessuna sporgenza a cui aggrapparti, ed è lì che viene il panico.

Se lasciamo la nostra mente andare.

Se lasciamo che questa inizi a pensare al fatto che non sapremo come andrà il mondo nelle prossime settimane, mesi o anni allora siamo spacciati. Perché viene quella paura che blocca e che paralizza.

Che rende impossibile ogni movimento e che fa sì che i nostri muscoli si irrigidiscano fino a cedere, facendoci cadere.

Però quella è la nostra percezione.

La visione elaborata dal nostro cervello che, filtrata da quella mascherina che rende tutto strano. Qualche tempo fa, guardando un documentario su un campione di arrampicata mi sono però reso conto di una cosa.

Quella parete che ad un primo sguardo sembrava totalmente liscia, in realtà non lo era.

Vista da vicino, da molto vicino, quella parete aveva piccole fessure o piccole sporgenze che sembravano insignificanti ma che erano una certezza a cui lo scalatore poteva aggrapparsi per salire e andare avanti nel suo percorso.

Per vederle però dobbiamo cambiare la nostra prospettiva e renderci conto che anche in questa situazione delle certezze le abbiamo, magari più piccole o diverse da quelle che ci saremmo aspettati ma ci sono.

Oppure possiamo costruircele facendo dei piani concreti e reali su cui abbiamo il controllo.

Lo so forse può sembrare assurdo pensare di poterci “salvare” aggrappandoci ad una routine quotidiana, ad orari stabili e definiti.

Ad un allenamento fatto con gli amici via whatsapp. Oppure a quella puntata di quella serie che stiamo vedendo con nostra moglie o con nostro marito e che diventa un appuntamento fisso.

Però forse quando sei lì lì per cadere anche una piccola sporgenza può salvarti la vita e allora aggrappatici.

Iniziamo a governare i nostri occhi e obblighiamoli a mettere a fuoco il mondo un po' più come vogliamo noi.

Per farlo abbiamo bisogno di quelle certezze, di quelle routine, di quei compiti che possiamo governare, così da evitare che il panico ci prenda.

Aggrappiamoci a queste. Così come alla possibilità di mantenere un contatto con gli amici.

Di poter comunque parlare e avere vicino, sebbene in maniera diversa, quelle persone per noi così importanti. Non vergogniamoci di dire loro che abbiamo paura quando siamo lì appesi e non vediamo nessuna sporgenza.

Perché magari possono aiutarci a vedere meglio, a mettere a fuoco.

Oppure possono raccontarci di quell'uscita in parete che avevano fatto tempo prima e di come anche loro erano rimasti paralizzati. Ma anche di come poi, se sono lì con noi, hanno trovato le risorse per risollevarsi e riprendere la scalata.

Parlare delle nostre emozioni può farci sentire normali.

Sentire che anche gli altri vivono le nostre emozioni può farci provare quella sensazione che prima provavamo quando pensavamo che comunque sia, la nostra era una vita come quella di tutti gli altri e che eravamo inseriti in qualcosa di "naturale".

Ma per vedere quelle piccole sporgenze, quella parete dobbiamo vederla da molto vicino. Senza avere paura di guardarci dentro e stare in contatto con ciò che proviamo.

Credo che forse in questo periodo, ancora più delle altre volte, non dobbiamo sentirci sbagliati o in difetto se vogliamo fermarci e riprendere fiato. Farlo può fare la differenza. Accettare che ora, non ce la stiamo facendo e che siamo stanchi, può essere essenziale per ripartire.

Abbassiamo gli stimoli.

Ridimensioniamo i nostri obiettivi. Stiamo in contatto con ciò che proviamo. Facciamo dei piani FATTIBILI per quando ci sentiremo pronti a muoverci.

Ma intanto aspettiamo, sentiamoci, programmiamo e condividiamo. Oggi siamo abituati ad associare questo termine alla tecnologia. In realtà possiamo condividere noi stessi.

Insomma, diciamocelo chiaramente, stiamo vivendo un periodo della nostra vita come mai prima.

Stiamo vivendo una di quelle situazioni che cambieranno il mondo e le società a cui eravamo abituati.

Ma questo non significa che siamo in pericolo. Anzi, possiamo avere l'opportunità di indirizzare il mondo e la nostra vita in un modo diverso da prima e farlo andare un po' più come lo vogliamo noi.

Approfittiamo di questo momento per imparare a fare cose difficili e che solitamente evitiamo. Fermarci, stare in contatto con noi stessi, programmare e ripartire da noi.

E allora potremo uscire dalla quarantena con la consapevolezza e la capacità di controllare le nostre emozioni anziché fare sì che siano loro a controllare la nostra vita...

 

Dr. Daniele Regini 

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